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Dic
07

I COSTI DELLA POLITICA

 ricevo e sperando di contribuire ad una riflessione/dibattito, volentieri inserisco : 

I COSTI DELLA POLITICA

La legge finanziaria testé approvata, dicono, abbatterà i costi della politica di oltre 3.5 miliardi di euro. E’ un po’ di fumo negli occhi del povero contribuente italiano, dell’onesto alle prese con tasse e balzelli quotidiani ormai insopportabilmente osceni, il primo dei quali è naturalmente il costo della politica, che grava per intero sulle sue spalle. E’ ora di dire basta.
I costi della politica non sono soltanto quelli che appaiono macroscopici. Ne esistono altri, in sé singolarmente minori, ma che presi nel complesso risultano enormi. Vediamone qualcuno. Quando, attraverso la legge 616 e i suoi decreti delegati si istituirono le regioni a tutti gli effetti e si attuò il decentramento amministrativo, rimase implicito che le province dovessero sparire e l’ordinamento amministrativo doveva così intendersi: Stato, regioni, comuni quali cellule fondamentali. Oggi constatiamo invece che le province non solo non sono sparite, ma ogni anno si accrescono, al punto che hanno superato il numero cospicuo di cento. E non si trova un solo politico capace di riconoscere la verità di una simile affermazione. Perché? Perché facendolo dovrebbe rinunciare a coltivare il suo “orticello”, il suo – come si diceva – “feudo elettorale”. Le province hanno in pratica le stesse funzioni delle regioni; all’interno delle varie regioni, si sono ritagliate degli spazi. Consideriamo qualche assurdo, per fare un esempio: le strade. Esistono strade statali, regionali, provinciali e comunali. Dove comincia la competenza di un ente, termina quella di un altro. E così via. Nelle province lavorano decine di migliaia di addetti, che ovviamente dovrebbero essere assorbiti dalle regioni fino alla pensione nel caso si decidesse, come sarebbe corretto, chiuderle; soprattutto, esistono migliaia di politici strapagati dalla collettività, divisi in correnti, partiti e partini; nelle regioni altre migliaia divisi come sopra; nei comuni la situazione è la stessa. Costoro fanno i cosiddetti politici moderni: spazzati via i residui ideologici, operano per mestiere e limitano le loro azioni a gestire fondi, che distribuiscono secondo logica. Ovvero, favorendo questo o quel personaggio, questo o quello schieramento. Soldi naturalmente degli altri, cioè dei contribuenti. Se rispettassimo la legge 616, e cioè si abolissero, giustamente, le province, il risparmio sui costi della politica sarebbe enorme. Avremmo forse qualche politico in meno: nessuno si metterebbe a piangere per questo. Anzi, sarebbe il caso di gioire di cuore. Il guaio è che la politica si è allargata a macchia d’olio è occupa ogni spazio disponibile. Le province, le regioni, hanno poi creato enti e sottoenti, fondazioni in cui non si fonda nulla, uffici dagli strani nomi dove sono insediati politici magari un tempo onorevoli, ex assessori provinciali e regionali, faccendieri di basso profilo ecc. e solo per mantenersi un posto remunerato che non produce nulla, sempre naturalmente – è doveroso sottolinearlo – interamente a carico della collettività. Le province, le regioni, i comuni, finanziano poi una miriade di attività con a capo veri e propri questuanti e opportunisti: libri che nessuno leggerebbe mai e che nessun editore serio stamperebbe mai, che finiscono regolarmente dimenticati nei magazzini di comuni ed altri enti che ne acquisteranno copie, mostre di quadri per cui il termine orribile è un eufemismo, iniziative cosiddette “culturali”, manifestazioni da incubo e così via, sempre con i soldi dei contribuenti. I contributi, neppure a dirlo, vanno agli “amici degli amici”, ai “fedelissimi”, ai “compagni di cordata”, agli “elettori di sicura fede”. Agli altri, a chi magari si presenta con un progetto onesto e non ha padrini e soprattutto non è “amico degli amici”, nulla. E’ un vero e proprio “sistema”, da cui trae alimento – cioè soldi – un variegato sottobosco connivente e omertoso, convinto che la “mucca da mungere” – cioè il contribuente – non si accorga di nulla. Invece, com’è facile immaginare, il quadro rientra a pieno titolo nelle cause del declino del paese.
Continuando con la finanziaria, in un primo essa tempo prevedeva l’abolizione delle Comunità montane situate a livello del mare. Sarebbe stato un altro notevole risparmio. Invece, su pressione di questo o di quello, oppure per calcolo politico, la norma è stata cancellata e il risultato è che non solo non si aboliranno le Comunità montane-marine, ma potranno disporre di fondi in più. Che pagheranno, ancora una volta, i contribuenti. I quali, del resto, già sborsano un’addizionale Irpef a regioni e comuni, oltre alle altre tasse.
I costi della politica significano anche burocratizzazione. Il malcapitato che decidesse di aprire un’attività artigianale facendosi aiutare, mettiamo, da una regione che avesse emanato qualche bando in proposito, si troverebbe alle prese con una matassa così intricata di lacci e laccioli da vedersi ben presto nell’impossibilità di scioglierla. Provare per credere. A meno di non essere, giova ripeterlo, “amici degli amici” e “fedelissimi”, che non faticheranno a bussare alle porte giuste, che per loro si apriranno con facilità.
E’ difficile per il cittadino combattere un “sistema” che ormai ha creato e imposto regole ferree e dal quale poco sfugge: troppi pescecani sono in agguato pronti a risucchiare il pubblico denaro, cioè il nostro denaro, il denaro di chi non ha mai chiesto nulla. Che rimane a chi non ha mai chiesto nulla? L’indignazione del giusto. Ma può consolarci soltanto l’indignazione? Intanto, indignamoci; poi, pensiamo qualcosa. Rifiutiamo tutto questo, che non ci appartiene, che non appartiene alla nostra coscienza di onesti e cominciamo a ripeterci che se il paese è in decadenza i costi della politica concorrono in grande misura a tale decadenza. Determinante. Poi denunciamolo e combattiamolo. Per esempio, cominciando a discuterlo.
SANDRO ANTONINI

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1 Response to “I COSTI DELLA POLITICA”


  1. 1 marilde Longeri
    gennaio 3, 2008 alle 5:42 pm

    Credo ci sia poco da discutere…
    Sappiamo da tempo tutto ciò che Sandro Antonini giustamente denuncia… Ma a livello individuale che cosa possiamo fare?
    Bisognerebbe far prendere coscienza a migliaia di persone… tirar dentro tutti i grandi quotidiani che sono per contro già “compromessi” … dai vari Padroni… aprire nuovi canali TV… scrivere sui muri… riempire Internet… di articoli, interventi,giusta rabbia…
    Ma siamo poi convinti quali persone pensanti di fare tutto quello che è necessario e etico nel nostro orticello? Non è che poi mettiamo i nostri NO e le nostre inadempienze nell’orto del vicino? ritenendoci al di sopra di ogni sospetto?
    Fatti e non parole… Azioni anche piccole ma incisive in senso civico-sociale-politico…
    LA TERZA VIA!?
    Riflettiamo… C’è poco tempo….
    Marilde Longeri


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